Un avatar ci permette di scegliere il corpo con cui apparire su uno schermo. L’IA potrebbe rendere questa rappresentazione più reattiva, espressiva e convincente. In questa parte della mia ricerca del 2024 sulla cultura visiva mi chiedo che cosa potrebbe accadere se un’identità digitale diventasse un modo abituale di lavorare, imparare e incontrare altre persone. Il tema è un possibile cambiamento culturale, non un’inevitabile sostituzione della vita fisica.

Al lavoro, una persona potrebbe presentarsi attraverso un avatar sempre composto e impeccabile. Sulle piattaforme social, un’identità accuratamente costruita potrebbe diventare un personaggio che si muove e parla. Questa libertà potrebbe aprire nuove possibilità, ma anche trasformare una presentazione perfetta in un’aspettativa. La distanza tra un’immagine e la vita quotidiana non scomparirebbe solo perché l’immagine diventa più realistica.

Viaggi virtuali, spazi di lavoro condivisi e ambienti educativi potrebbero offrire nuove forme di partecipazione. Un avatar potrebbe aiutare qualcuno a esplorare un luogo, esercitarsi in una situazione o unirsi a un gruppo a distanza. Queste esperienze avrebbero qualità proprie; non riprodurrebbero ogni aspetto della presenza fisica. La possibilità di apparire ovunque dovrebbe lasciare spazio anche alla scelta di non essere disponibili.

Ritratto digitale con occhiali dalla montatura scura · Illustrazione concettuale
Ritratto digitale con occhiali dalla montatura scura · Illustrazione concettuale

La bellezza potrebbe diventare un insieme di parametri regolabili. Questo potrebbe favorire un ideale comune, ripetuto attraverso modelli popolari, oppure lasciare spazio a identità prive di un equivalente fisico. Mi interessano entrambe le direzioni. Un vocabolario visivo più ricco avrebbe valore soltanto se le persone si sentissero libere di usarlo, anziché obbligate ad adottare l’aspetto premiato dalla piattaforma.

Un volto convincente non basterebbe più a stabilire chi sta parlando. La fiducia dipenderebbe dal sapere chi controlla un avatar, se agisce in diretta o automaticamente e che cosa è autorizzato a fare. Verifiche dell’identità e informazioni trasparenti potrebbero aiutare, senza obbligare tutti a pubblicare i propri dati privati. Il consenso a riprodurre il volto o la voce di una persona resterebbe una questione distinta dalla possibilità tecnica di farlo.

L’eredità digitale estende il problema nel tempo. Una rappresentazione interattiva costruita a partire dai documenti di una persona potrebbe offrire alle generazioni future un modo per esplorare quel materiale. Resterebbe un’interpretazione costruita, non la persona che continua a pensare. Consenso, controllo dei documenti e distinzione chiara tra parole documentate e risposte generate darebbero senso a un simile progetto.

Immagino che gli avatar diventino un linguaggio della presenza, attingendo al ritratto, al teatro, alla moda e ai giochi. Il loro valore non dipenderebbe soltanto da un’imitazione perfetta. Potrebbero aiutarci a provare un altro punto di vista o a esprimere qualcosa che una telecamera non può mostrare. La sfida del design sarebbe preservare la fiducia e lo spazio per le differenze, rendendo accessibile questa libertà.